Ho incontrato il fotografo Nino Migliori in occasione della mostra “Il tempo, la luce, i segni” inaugurata il 16 ottobre 2017 in M77 Gallery a Milano. Alcune domande per provare a contestualizzare la sua ricerca artistica.

Nino cosa significa per te la fotografia?

La fotografia è il mio modo di vivere, vedere e interpretare la realtà.

Il “Portatore di pane” del 1956, è fra le opere presenti nella mostra “Il tempo, la luce, i segni”. Quanto è rappresentativo quello scatto dell’Italia che si avviava verso gli anni Sessanta?

Si tratta di una fotografia che fa parte della serie “Gente del Sud” e rappresenta un momento della quotidianità di un giovane panettiere che lavorava in un paese, però avrebbe potuto far parte anche delle altre serie realiste che realizzavo negli anni cinquanta. In quel periodo le persone che vivevano nei paesi di provincia avevano stili di vita diversi da quelli delle grandi città che già stavano cambiando e si stavano avviando verso il boom degli anni sessanta.

Con riferimento agli altri lavori presenti in mostra, come nasce la serie “Muri”?

La mostra presenta le linee di ricerca che ho praticato da quando ho iniziato a fotografare. I muri si possono considerare foto di paesaggio, sono il ritratto della città, rappresentazioni del tempo che passa e ne sgretola “la pelle”. Queste superfici sfaldate, disgregate visivamente si avvicinano ai miei lavori di sperimentazione e allo stesso tempo sono legati alle immagini realiste, perché sono anche il diario pubblico delle persone che lasciano sui muri la loro traccia, vuoi con una scritta, vuoi con un gesto che lacera un manifesto. Sono ritratti degli uomini
attraverso i segni, le scritte che affidano ai muri, appunto.

In quale città tale ricerca è stata più interessante?

I muri più rappresentati sono quelli di Bologna essendo la città in cui vivevo, ma tutti quelli che ho fotografato nei trent’anni di ricerca per me hanno significato qualcosa. Non ho una classifica.

Cosa puoi dirci sulle sperimentazioni?

Le sperimentazioni off-camera rappresentano il desiderio di analizzare il linguaggio fotografico nelle sue componenti: luce, carta sensibile, sviluppo, fissaggio, tempo, calore.

Come sono state percepite inizialmente le opere sperimentali? Dove sei riuscito ad esporle?

Fra i primi ad apprezzarle nel mondo fotografico furono Luigi Veronesi e Giuseppe Turroni, infatti negli anni cinquanta quasi nessuno le considerava fotografia. La prima mostra che ne ha dato una visione a tutto tondo è avvenuta nel 1977 a Parma nella mostra antologica curata da Arturo Carlo Quintavalle.

In primavera aprirà una grande mostra al MAXXI di Roma, ci anticiperesti qualcosa sul progetto?

Si tratta della mostra dei lavori off-camera che hanno realizzato i bimbi del Nido Mast a Bologna. Ho lavorato per quasi due anni con loro. È stata una esperienza esaltante che mi ha entusiasmato e dato tantissimo. Si vedranno lavori, anche di grandi dimensioni, sostenuti dai progetti che questi bambini di 3-5 anni pensavano e realizzavano con creatività libera da qualsiasi preconcetto. La mostra sarà accompagnata da video che mostreranno come i bambini lavoravano: sarà una grande sorpresa per chiunque.

 

Vanessa Marchegiani

 

credits: Nino Migliori – ®A.de Montis

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