Fatma Bucak vive e lavora tra Londra e Istanbul. Dopo una laurea in Filosofia, ha perfezionato la sua carriera in campo artistico frequentando l’Istituto Europeo di Design a Torino e in seguito il Royal College of Art di Londra.

Fatma, ci parli delle sue origini. In che modo orientano la sua ricerca artistica?

Sono nata a Iskenderun; una cittadina nel sud della Turchia, molto vicina al confine con la Siria ma sono cresciuta a Istanbul. Sono curda. L’appartenenza a questa minoranza del mio Paese probabilmente mi ha permesso di avere una sensibilità acuta, soprattutto verso alcune tematiche relative all’identità: repressione, espropriazione, migrazione e violenza che hanno trasformato considerevolmente l’esistenza umana. Naturalmente si è sempre influenzati dal proprio vissuto e dalla propria esperienza nel percorso della vita, ma nel mio lavoro questi elementi corrispondono a uno dei molteplici spunti da cui parto.

Le sue opere sono portatrici di attualità. Quali sono i temi principali?

Lavoro molto con la performance, fotografia, suono e video. La mia ricerca attraverso questi media è concentrata molto sul concetto d’identità, la violenza politica e la ri-negoziazione storica; temi che implicano una nostra trasformazione, una mutazione continua del nostro vivere nella società contemporanea.

Quali sono le maggiori difficoltà nel creare un dialogo fra l’arte contemporanea e gli avvenimenti storici del nostro tempo?

La difficoltà di lavorare parallelamente agli avvenimenti storici implica affrontarli quando le informazioni sono ancora parziali e frammentarie, per questo sarebbe preferibile creare una giusta distanza, condizione che risulta difficile rispettare quando ci si occupa di attualità, di ora.

D’altra parte certe urgenze storiche hanno la caratteristica di essere messaggere delle tracce esistenti da cui si ramifica un discorso che apre una riflessione. Certe volte è anche pericoloso a causa di alcuni temi sensibili. In tutto ciò la necessità di esprimersi è la ragione per cui le opere esistono.

Come vengono percepite le sue opere?

Devo dire che spesso le persone sono curiose verso la lettura del presente attraverso le opere. L’arte che diventa una voce condivisa è una piattaforma che attira il senso critico delle persone. Il pubblico generalmente è colpito sia dall’opera in sé, sia della parte sommersa, dell’implicito.

Ci racconti un po’ di Remains of what has not been said.

Remains of what has not been said è una serie di ottantaquattro fotografie. Ogni immagine è composta da due braccia che porgono un barattolo di vetro, che riporta una data scritta a mano, pieno a metà di un liquido scuro. Si tratta di una serie fotografica disposta cronologicamente che presenta minime varianti. A partire dal 7 febbraio 2016 ho cominciato a raccogliere tutti i giornali stampati in Turchia e così ho fatto per i successivi 84 giorni.

La prima data della serie di ottantaquattro fotografie coincide con il giorno chiamato massacro delle cantine quando nel sud-est della Turchia nella cittadina di Cizre sono state uccise più di cento persone dalle forze dell’ordine.

Questo lavoro non vuole essere una denuncia, ma una testimonianza non solo dell’invisibile, della mancanza d’informazione, delle parole, della violenza subita da tutti noi nel nostro quotidiano ma vuole anche descrivere il nostro consenso passivo riguardo i media. È una riflessione sulla resistenza all’assenza di confronto, alla censura, il linguaggio autocratico del potere.

Riferendosi anche a dei suoi lavori precedenti, quali materiali predilige di solito? Ritiene importante la loro provenienza geografica?

In verità tutto dipende dalla ricerca. Per quanto in alcuni lavori la provenienza potrebbe essere una parte fondante dell’opera, certe volte diventa un modo per creare lo spaesamento dello spazio liminale. Ad esempio nelle mie fotografie; nella serie A study of eight landscapes ho lavorato sulla contingenza dei confini. Lo spazio tra gli Stati, i paesaggi di confine sono spesso trattati politicamente come non-stati, una situazione che ha profonde implicazioni sociali per le vite di chi si muove attraverso e verso questi confini.

In questo viaggio a volte sono stata da un lato di un confine e poi dall’altra per esplorare le realtà mentali e materiali di una vita che è altamente dipendente dalle diversità che si riscontrano su entrambi i lati del confine. Spesso è difficile cogliere le differenze tra i due lati perché non sempre  possono essere percepite fisicamente, ma sono evidenti, osservando le condizioni di vita delle persone che abitano rispettivamente da una parte o dall’altra di tale confine.

In queste fotografie gli spazi non sono definiti e non rimando a una geografia precisa perché la ricerca è proprio dell’identità liminale di questi luoghi. Dall’altra parte nel video performance Blessed are you who come, la geografia è leggibile perché la narrazione è fortemente legata alla storia specifica di un territorio.

A quali progetti sta lavorando in questo momento?

Sto lavorando ad un’installazione site specific, che con molti altri lavori, faranno parte della nuova mostra presso la Fondazione Merz che aprirà a marzo 2018. Questa volta la ricerca è incentrata sulla dualità del pensiero, sulla reversibilità e la fragilità della storia e la tensione con il reale.

 

Vanessa Marchegiani

 

image in cover: Fatma Bucak, Effuor – Melancholia I (2008)

images:

Fatma Bucak, 25 March 2016, Remains of what has not been said, 2016 23x28,5 cm

Fatma Bucak, 30 April 2016, Remains of what has not been said, 2016 23x28,5 cm