È forse uno scontro? Un duello? Una lotta?

Niente di tutto questo. L’incontro tra due forme è a Viasaterna un dialogo che definirei armonioso e conciliante.

È il dialogo tra Barbara de Ponti e Jens Risch che si confrontano con due pratiche artistiche simili che seppure corrono sullo stesso binario, a mio avviso, ogni tanto, inconsciamente deragliano e procedono su rotaie differenti.

L’invito di questo articolo è quello di scoprire la forma, cercando di restituirle quanto più possibile la sua dignità, presentandola, senza alcuna rigidità, in una doppia natura, manifesta e segreta, o meglio dichiarata e non dichiarata.

Una, infatti, ci viene rivelata dalla voce della sua creatrice, l’artista milanese che lavora con l’argilla azzurra del Mare Pleistocenico risalente a 4 milioni e 500 mila anni fa.

L’altra, tacita e nascosta, si lascia invece interpretare da chi la osserva.

Entrambe, però, si trasferiscono le caratteristiche l’una dell’altra così che ci sia del non dichiarato nel dichiarato e viceversa.

Abbiamo fatto qualche domanda a Barbara de Ponti sulla sua ricerca artistica con cui abbiamo chiamato in causa il valore del concetto, del tempo, dello spazio e della lentezza e abbiamo fatto qualche domanda all’opera di Jens Risch da cui silenziosamente ho interpretato le risposte.

 

Barbara De Ponti, Clay Time Code, Courtesy of Viasaterna

 

In questo dialogo espositivo a Viasaterna si parla di forma. Quanto, e in che modo, la forma ha valore rispetto al concetto?

Per la serie di lavori esposti a Viasaterna la forma contiene in sé il concetto. Entrambe le sculture in mostra non potrebbero essere diverse da come sono poiché sono la riproduzione in scala di due microrganismi originariamente contenuti nella materia di cui sono fatte, ovvero le Argille Azzurre. Secondo l’Archivio Geologico, le Argille Azzurre possono essere considerate dei veri e propri marker temporali capaci di veicolare un’idea di tempo normalmente difficile da immaginare perché infinitamente più grande rispetto a quello di cui abbiamo esperienza. Così come le sculture, anche i disegni a grafite provano a dare una forma leggibile ad alcuni modelli complessi dei principi fisici che governano l’universo.

In questo periodo a Milano, alla Fondazione Carriero, c’è un altro maestro della forma, Sol LeWitt. Lui scrisse “Utilizzare una forma semplice (..) concentra l’intensità sulla disposizione della forma. La disposizione diventa il fine mentre la forma il mezzo.” Concordi che la forma sia il mezzo?

Nelle mie sculture forma e dimensioni sono diventate uno strumento attraverso cui mettere in discussione una serie di certezze consolidate a causa dell’abitudine o di uno sguardo superficiale rispetto al concetto di tempo. La scelta di riprodurre in scala i due microfossili della Gephyrocapsa oceanica e della Globorotalia puncticulata ha come scopo quello di rivolgere l’attenzione sulla relazione tra i singoli pezzi e il loro significato.

Nelle tue opere la forma incrocia il tempo e lo spazio, due categorie molto importanti. Credi che una delle due sia più determinante?

Mi interesso da anni alle relazioni che esistono tra pratica artistica e pensieri geografici. Studiare lo spazio significa per me lavorare sulla definizione del concetto di “luogo”, inteso da una parte quale misura fisica di un certo spazio e dall’altra quale esperienza diretta di quello stesso spazio. Così come lo spazio, anche il tempo è inevitabilmente presente nella mia ricerca. Per la realizzazione dei miei progetti ho spesso utilizzato fondi archivistici e fatto riferimento ad ampi studi di carattere storico e scientifico. Questi, uniti alle collaborazioni con esperti di settore, mi permettono di realizzare progetti che nascono dall’incontro tra geografia, antropologia culturale, storia e architettura del paesaggio. Sfruttando gli interessi e le letture degli ultimi anni direi che sono più propensa a considerare lo spazio-tempo come un’unica entità e non come due campi distinti o subordinati tra loro.

Il tipo di processo utilizzato sia da te che da Jens Risch è un processo lento e paziente, come un lavoro artigianale. Oggi in molti casi sembra essere scomparso. Cosa ne pensi di questa perdita?

Rispetto alla mia pratica, il confronto diretto con l’esperienza e il dialogo con studiosi e specialisti, rappresentano il tempo della conoscenza. Tutto questo è ciò che mi permette di far sedimentare e poi selezionare il mio lavoro, anche se certamente non è né una regola né un modus operandi che garantisca di per sé stesso una qualità in senso assoluto. Detto questo, ci troviamo in un momento dove rispetto al passato – e non solo nel mondo dell’arte – l’autorialità che è in grado di ottenere un risultato unico come spesso accade nel processo artigianale, è riconosciuta oggi come un valore.

Jens Risch, Silk Piece, Courtesy of Viasaterna

 

Mentre Clay Time Code ci viene raccontata da Barbara de Ponti, Silk Piece è chiusa all’interno di una teca, non parla, non mi guarda, ma sembra che si protegga all’interno del vetro.

Penso che sia così che Jens Risch, il demiurgo di queste complesse forme di seta, voglia vederla: fragile e sul punto di infrangersi.

La forma di Jens Risch ho provato ad interpretarla perché forse così preferisce l’artista, forse così preferisco io.

Un groviglio, un gomitolo che si intreccia su se stesso ma si scontra con la natura del materiale, la seta, così delicata e pregiata che cambia sembianze ad ogni passaggio dell’artista.

È una forma complessa, così codificata che non è facile risalire al punto d’inizio e di fine anche se, impercettibilmente, un piccolo cappio manifesta quello che a occhio nudo sembra quasi impossibile vedere.

Insomma, nell’intreccio si può venire a capo, ma non subito.

La forma criptata ha un codice d’accesso e d’uscita, ma richiede uno sguardo lento, così come lento è stato il processo dell’artista.

Si può infatti parlare di apologia della lentezza, una strenua difesa contro l’immediatezza procedurale e recettiva soppiantate da una lunga ricerca scandita da tracce in matita.

Jens Risch ha, infatti, registrato con metodo e rigore, ogni gesto che ha portato all’opera nella sua forma così com’è ora, reputando ogni piccolo passaggio essenziale (ognuno infatti prende il nome di generazione per il suo carattere vitale).

Come ricordato già con Barbara de Ponti, il modo di procedere di entrambi gli artisti ricorda quello di un artigiano paziente che plasma la sua forma dallo spazio e dal tempo, entrambe categorie essenziali per instaurare un contatto con un elemento così antico, come l’argilla di Barbara, e un elemento lavorato così metodicamente nei mesi come la seta di Jens.

Ogni forma parla a modo suo, ogni forma parla di sé stessa e del suo contenuto, parla del tempo e dello spazio che ha incontrato e parla del suo artista. A volte è più facile decifrarla, altre volte, si lascia interpretare, a volte è dichiarata, a volte è ancora da dichiarare.

Ma senza troppa rigidità, una forma è bella perché può sfuggire ad una restrizione categorica e terminologica e, considerata in qualsiasi sua natura, può fungere sia da mezzo che da fine.

Grazie a Barbara de Ponti per averci raccontato la sua forma, insieme antica e moderna, artistica e scientifica, paziente e rigorosa e grazie a Jens Risch per non averci raccontato la sua forma che ci ha comunque parlato della sua complessità e fragilità, del suo metodo e della sua leggibilità.

 

Cecilia Angeli

 

in cover: Courtesy of Viasaterna

 

FORMA MENTIS

dal 24 gennaio al 16 Marzo 2018

presso Viasaterna, Via Giacomo Leopardi 32, Milano

www.viasaterna.com