Alle Officine dell’Immagine c’è una narrazione delicata che, attraverso la fotografia, avvicenda natura e architettura e si chiama Fragile, handle with care.

Gli scatti di Gohar Dashti, artista iraniana, seguono una lirica particolare e tenue che permette un avvicinamento alle opere minuto, direi quasi in punta di piedi.

La loro rappresentazione è soave, ma il loro significato dirompente.

La collocazione è incerta, il tempo è fermo, ma la vegetazione rigogliosa avanza tra resti antichi, spingendosi lì dove tutto sembra essere andato in rovina.

Un avanzamento e un arresto seguono di pari passo, colori vivi e colori scrostati dal tempo, aperture e spazi chiusi creano diversi livelli di profondità generando al contempo un paradosso visivo perché gli occhi sono prima liberi di guardare e scrutare e poi fermati da pareti massicce.

La serie di fotografie viene raggruppata sotto il nome di Home, uno strano modo di intendere la propria casa, che sembra un posto dimenticato da Dio ed eroso dal passare del tempo, un posto in cui è difficile tornare perché diventato inospitale.

Il suo unico slancio vitale è quello delle piante che cercano una comunicazione con lo spazio e in maniera dolce lo occupano, chiedendo un dialogo silenzioso con le pareti, le finestre, le porte.

Nascono delle dinamiche relazionali tra interno ed esterno, di vuoti, di assenze, di spazi riempiti e di presenze in primo e in secondo piano.

Si aprono prospettive che chissà dove portano, lontano da casa, dalle proprie radici che Gohar Dashti rappresenta nei suoi scatti, affrontando tematiche che riguardano direttamente la sua vita e quella della sua patria iraniana, che tematiche attuali di più grande respiro.

Home occupa la sala centrale, ma la mostra curata da Silvia Cirelli, si articola in altri due blocchi di fotografie, dove la natura rimane l’elemento centrale.

Still life presenta una natura morta destrutturata, che parla delle proprie parti e risulta nel suo insieme di essenzialità, decorativa, sprigionando una sorta di energia dal suo interno e disperdendo frammenti dal suo corpo verso l’esterno.

Gohar Dashti / Still Life / 2017 / 120 cm X 97 cm / Edition of 10 + 2 AP

 

Sono scatti, ancora una volta, delicati che seppure parlano la lingua del distacco e dell’incomunicabilità, basti pensare alla parte che si stacca dal tutto e all’abbandono, risultano nella loro rappresentazione simboli di una sinfonia.

Gli scatti che fanno parte della terza serie Alien sono quelli che più si dissociano dalla sinfonia, forse per un elemento disturbante che li lega tutti come contraddistinti da un marchio particolare.

Una forma aliena che si incide sulla pellicola come fosse una macchia da togliere, un residuo di sporco che intacca la dimensione visiva, un dettaglio da rimuovere.

Questo segno particolare lega le polaroid in una narrazione unica, probabilmente irripetibile, di cui ognuna è parte integrante e parla con la stessa voce dell’altra.

È un po’ così per tutte le opere di Fragile, handle with care che, secondo me, sono le immagini di una narrazione che una voce, delicata e soffusa, racconta ai suoi ascoltatori.

 

Cecilia Angeli

 

 

In cover: Gohar Dashti, Home, 2017, 120 cm x 80 cm

 

GOHAR DASHTI – FRAGILE, HANDLE WITH CARE

A cura di Silvia Cirelli

8 Febbraio – 24 Marzo, 2018

Officine dell’Immagine, Via Carlo Vittadini 11, 20136 Milano

www.officinedellimmagine.it