Secondo Gilles Deleuze l’opera d’arte è un atto di resistenza. Il lavoro di Sophie Ko ne dà testimonianza. Resistere significa sfuggire alle funzioni, liberarsi dalle opprimenti richieste produttive che la società contemporanea ci impone continuamente. Il compito non è semplice, spesso mancano possibili modelli d’azione a cui rivolgersi, ci si sente soli e persi nel buio della notte. Qualcosa però, d’improvviso, inizia a brillare. Basta sporgersi verso l’oscurità per scorgere scintillii che richiamano la nostra attenzione, segnali preziosi che tracciano una via oltre le catene dei meri calcoli economici e utilitaristici. Sono le figure dei santi, ripensate nelle opere di Sophie Ko. Il santo è colui che non calcola, semmai rammemora e custodisce il sacro, mettendo in comunicazione terra e cielo. Le azioni sante sono semplici. Una semplicità estrema, sconvolgente e rivoluzionaria, capace di mettere in discussione le convenzioni e i modi d’agire quotidiani. Gesti d’umiltà sgorgano dal cuore degli uomini per segnalarci l’assoluto e l’universale. L’opera d’arte riesce così a farsi autentica, mettendoci in contatto con il suolo originario ed eterno a cui l’essere umano appartiene. Siamo sospinti, lievemente, al di là del nichilismo tecnologico e della sua contingenza storica. Possiamo immaginare di muoverci verso territori sacri, forse divini, simili a quelli raffigurati nella Tebaide dipinta da Beato Angelico intorno al 1420.

La mostra Sporgersi nella notte inizia presso lo spazio The Open Box. Un primo atto che, come all’interno di un piccolo pellegrinaggio laico o religioso, a seconda della sensibilità di ciascuno, mette in scena l’azione di San Martino di Tours. Terra bruna e pigmenti rossi adagiati sul pavimento di un garage richiamano lo svolgersi di un’antica leggenda. Il santo, durante una ronda notturna, spezzò il proprio mantello per darne metà a un povero bisognoso stremato dal freddo. Dalla divisione scaturisce un gesto di assoluta umanità e unità, di pietà totale, valido per l’eternità. Una valenza universale simboleggiata dalla farfalla rossa delicatamente appesa sulla parete di fondo.

Sophie Ko, Sporgersi nella notte - San Martino, 2018, The Open Box foto di Valentino Albini

Sophie Ko, Sporgersi nella notte – San Martino, 2018, The Open Box. Foto di Valentino Albini

 

Il progetto espositivo prosegue e si compie presso la galleria Renata Fabbri. La mostra inizia con I frutti della terra, in cui compaiono un rimasuglio di finocchio e una pera gialla, lo sfondo è composto da una lastra di marmo. La durezza totale della pietra dialoga con la fragilità assoluta dei vegetali condannati a scomparire. Questa immagine evocativa produce la visione di un processo vitale fatto di continui passaggi e trasformazioni, un destino comune a tutte le cose del mondo. Santità del divenire e dei suoi ritorni eterni.

Il polittico del cielo e della terra, facente parte della serie delle Geografie temporali, è santo perché è vicino al miracoloso. Dai pigmenti, seguendo un’idea di Federico Ferrari, scaturiscono apparizioni impensabili e impreviste. Nuove possibilità, nuove forme: infinita metamorfosi dell’essere. Sprofondati nel chiarore dell’azzurro e nell’immensità di un marrone scurissimo, persi tra punti stellari di ocra e blu, percepiamo l’idea di un altro spazio e di un altro tempo.

 Sophie Ko, "Del cielo e della terra" (polittico), 2018 courtesy l'artista e Renata Fabbri arte contemporanea foto: Lorenzo Bacci

Sophie Ko, “Del cielo e della terra” (polittico), 2018. Courtesy dell’artista e Renata Fabbri arte contemporanea. Foto di Lorenzo Bacci.

 

La terza opera del percorso narrativo è Santa Dorotea. Su una lastra di piombo accartocciata si adagiano leggerissimi fiori bianchi. La storia vuole che prima della decapitazione Dorotea fece mandare a Teofilo rose e mele. La richiesta era ironica, ma dopo la realizzazione del prodigio l’uomo decise di convertirsi al cristianesimo. Questo gesto, compiuto qualche istante prima del momento più tragico dell’esistenza, permette alla Santa di trasformare la pesantezza in leggerezza. La morte diventa passaggio verso il giardino di Cristo, i fiori ne sono il segno.

Sullo sfondo grigio della grafite Sophie Ko crea piccoli tagli e cesure di rosso purissimo. La quarta opera in mostra ripresenta il supplizio di San Sebastiano che, legato a un palo, fu massacrato a colpi di frecce, sul colle del Palatino, per ordine dell’imperatore Diocleziano. Tutta la sofferenza indicibile di questa tortura emerge dai segni creati dall’artista. Canali di dolore e di sangue simili alle lacrime di chi, per ideale e per fede, decide di rinunciare alla propria vita.

Santa Lucia assume invece la forma di uno specchio. Di fronte al quadro grigio metallizzato facciamo i conti con l’impossibilità di una visione comune. Vedere significa molto più che guardare. Un invito ad andare al di là del convenzionale e dell’ovvio. L’opera ha qualcosa a che fare con la straordinarietà del divino tipico delle icone bizantine di cui parla Pavel Florenskij. Siamo al confine tra due mondi, quello del visibile e dell’invisibile, del dicibile e dell’indicibile. Una dimensione in cui i nostri strumenti linguistici e razionali vengono meno. La visione si fa estatica.

Per provare a dire e pensare qualcosa non ci rimane che l’estasi della materia, con tutta la sua potenza e la sua forza. Il quadro Una goccia è pigmento rossissimo e purissimo, lacrima e sangue, dei santi e della terra. Nell’opera si condensano la sofferenza e l’energia dell’atto di resistenza. Gesti universali dei corpi e delle anime, praticati da tutti coloro che lottano per sfuggire alle funzioni.
Alla fine della narrazione troviamo Sporgersi nella notte. Su un piccolo ritaglio di giornale vediamo l’immagine di un barcone. Bambini, donne e uomini stipati in modo disumano e indegno sopra un’imbarcazione instabile in mezzo al mare. Martiri contemporanei costretti a fughe e vite disperate. Il piombo inserito nella parte sottostante dell’opera sembra tirarli giù, verso gli abissi della morte e del dolore. Nella parte centrale compaiono inserti blu, azzurri e verdi. Sono ali di farfalla che provano a tenere a galla le vite delle persone. Piccoli segni di speranza. L’idea è ancora una volta quella di una lotta tra la disumanità calcolante e l’umanità universale. Sta al singolo individuo scegliere da che parte stare.

 

 

Andrea Grotteschi

 

Installation view, Sophie Ko, ”Sporgersi nella notte”, 2018, Renata Fabbri arte contemporanea, Milan “I frutti della terra”, 2012 Courtesy l'artista e Renata Fabbri arte contemporanea foto: Lorenzo BacciInstallation view, Sophie Ko, ”Sporgersi nella notte”, 2018, Renata Fabbri arte contemporanea, Milan “I frutti della terra”, 2012 Courtesy l'artista e Renata Fabbri arte contemporanea foto: Lorenzo Bacci

Installation view, Sophie Ko, ”Sporgersi nella notte”, 2018, Renata Fabbri arte contemporanea, Milan “I frutti della terra”, 2012
Courtesy dell’artista e Renata Fabbri arte contemporanea.
Foto di Lorenzo Bacci.

 

SPORGERSI NELLA NOTTE / SOPHIE KO

25 gennaio / 17 marzo 2018

presso The Open Box | via G.B. Pergolesi 6, Milano

www.theopenbox.org

SPORGERSI NELLA NOTTE / SOPHIE KO

dal 6 marzo al 28 aprile 2018

Presso Renata Fabbri arte contemporanea | via A. Stoppani 15/c,  Milano

www.renatafabbri.it