Labyrinth è il titolo della personale di Jimmie Durham alla Fondazione Pini.

Un termine che richiama immediatamente lo scenario borgesiano, il mito greco e una struttura incerta che non promette via d’uscita, ma al contempo assicura un percorso rocambolesco, o forse proprio il rovescio di questo, non assicura un bel niente.

In realtà i lavori di Durham, fin dagli anni Sessanta, hanno l’obiettivo di scardinare il concetto di stabilità per mettere in discussione il consolidato e l’ovvio, riducendo le sovrastrutture e le convinzioni per tornare ad un grado zero.

Questo il principio della sua scelta, quella di utilizzare materiali di scarto, sia industriali che naturali, assemblati o lasciati a sé stessi.

Costituiscono un’ossatura visibile, vengono valorizzati in quanto oggetti di recupero estrapolati dalla dimensione quotidiana d’appartenenza e caricati di nuovi significati.

Alla Fondazione Pini viene costruito un dialogo ossimorico ma fusionale in cui l’oggetto di scarto, valorizzato a posteriori, incontra l’oggetto, convenzionalmente, ritenuto, fin dalla sua nascita, d’esposizione.

Pezzi di legno, tubi di metallo e pietra sono così chiusi all’interno di teche di vetro posizionandosi tra l’idea di Wunderkammer, una camera delle meraviglie che assorbe radicalmente lo sguardo e una familiare vetrina dell’argenteria della nonna, in una dimensione più intima e vernacolare.

Lo scarto, di qualsiasi genere, diventa feticcio artistico, metonimia di una struttura e di un tutto più grande, investito di un nuovo ruolo, ma semplicemente ricondotto a sé stesso, nella sua essenza.

Come ricorda Bauman “i rifiuti sono il prodotto principale, e probabilmente il più abbondante, della società dei consumi liquido-moderna; tra tutte le industrie della società dei consumi, la produzione di rifiuti è la più massiccia e non conosce crisi.”

Labyrinth, Jimmy Durham a cura di Gabi Scardi, courtesy of Fondazione Pini, credits to Andrea Rossetti

Pensare ad una discarica è forse l’operazione più immediata, pensare ad una non-discarica richiede una riconfigurazione del nostro scenario abituale in cui trovare vie alternative per strappare l’oggetto dal macero e trovargli un nuovo luogo di appartenenza.

Anche su quest’ultimo punto, Jimmie Durham riflette sull’abitare – uno spazio reale o immaginario poco importa.

Una piccola scatola, presentata nel video, girato in Messico, The man who had a beautiful house – molto efficace la scelta di posizionare il televisore sul pavimento – diventa pretesto per riflettere sull’abitare, il vivere lo spazio.

Un uomo elegante, infatti, racconta la sua casa, mostrataci in tutte le sue stanze, esibendo, al contempo, una scatola di legno, elemento simbolico visibile ma invisibile, muto ma eloquente, strumento di riflessione sullo spazio, l’architettura e il rapporto tra interno ed esterno.

Il punto di vista è quello di un uomo che mentre abita quella scatola, potenzialmente abita ovunque negando presupposti sedentari che impongono di mettere le radici in favore di un nomadismo mentale ed emotivo.

Avrei davvero voluto abitare più a lungo il labirinto.

Labyrinth, Jimmy Durham a cura di Gabi Scardi, courtesy of Fondazione Pini, credits to Andrea Rossetti

 

Cecilia Angeli

 

 

In cover: Labyrinth, Jimmy Durham a cura di Gabi Scardi, courtesy of Fondazione Pini, credits to Andrea Rossetti

 

Labyrinth, Jimmie Durham a cura di Gabi Scardi,

dal 10 aprile al 29 giugno 2018

presso Fondazione Adolfo Pini, Corso Garibaldi 2, Milano

www.fondazionepini.net