Alla Fondazione Merz, Fatma Bucak presenta la sua prima personale italiana e lo fa con un linguaggio delicato, una grammatica composita e un’espressione paziente, ma non per questo troppo obbediente e disciplinata.

Fatma si è portata la Turchia con sé a Torino per presentarla allo sguardo occidentale, per ripresentarla allo sguardo orientale “in modo di cercare la forza di vedere”.

Infatti l’artista propone le sue opere finemente così che lo sguardo, comunemente anestetizzato dalla violenza, abituato alla spettacolarizzazione della carne e dei sentimenti, possa da solo mettere a fuoco la capacità di visione che diventa consapevolezza e anche intervento.

In questo caso il tempo è considerato nella sua dimensione personale, oltre che collettiva, perché è a misura dell’individuo, di cui rispetta le possibilità, le capacità e anche i punti di debolezza.

La storia di cui parla Fatma è una storia in movimento, in progressione, creatrice.

A partire dalla prima installazione, una distesa di bacinelle bianche, candide nella loro verginità, che sono contenitori vuoti di una pioggia che scende lenta, di cui si sente solo il rumore; ad un’altra distesa, quella che forma una cortina di terra dove sono state seminate le rose di damasco.

In quest’opera, in particolare, oltre al movimento, presupposto dal germoglio e della fioritura, c’è un’azione di spostamento e di sradicamento perché il fiore che cresce in Turchia, di cui Fatma vuole proteggere la fragilità, viene trapiantato in Occidente.

E questo gesto contiene in sé un atto commemorativo perché la memoria, che per analogia viene associata alla stasi, al tempo che in un certo senso si è arrestato definitivamente, ha un qualcosa di dinamico.

La memoria, questo blocco di cemento dove stratifichiamo i mattoni del ricordo, presuppone un moto che interviene sull’uomo e sullo spazio, e una capacità trasformativa che non lascia mai alterato lo stato delle cose.

È una memoria anche bendata, però, di cui non ci è dato vedere il volto, come dimostrano i due video dell’artista.

In entrambi c’è una donna ma nessuna di loro mostra il suo viso, solamente il proprio gesto di natura generativa, che presuppone un finale in potenza. Prima il gesto, poi il corpo. Prima il gesto e poi l’identità.

Fatma Bucak Omne vivum ex ovo – Nomologically possible anyhow, 2013Still images 13 HD digital videos, colour, sound, 4 minutes 5 seconds, courtesy Fondazione Merz

Il modo in cui Fatma comunica non è impetuoso e, nonostante l’urgenza di acquisire consapevolezza, non è invasivo perché si arresta lì dove inizia la coscienza del singolo.

La modalità è più quella di un sussurro che di un urlo, ma il contenuto non viene scalfito da quella che criticamente potrebbe essere ravvisata come una mancanza di voce e di temperanza.

Anzi, mantiene il peso di ciò che viene trattato e, insieme, anche la possibilità di essere trasmesso e arrivare a destinazione con impatto.

Fatma Bucak Fantasies of Violence, 2017 Installation view, Goteborg Biennial 2017 117 zinc plates, etching – cera molle, dimensions variable This work was made possible through the generous support of SAHA Association, Istanbul. Courtesy Fondazione Merz

 

Cecilia Angeli

In cover: Fatma Bucak, Fall, 2013. From the series Four Ages of Woman, Still image, HD digital video, colour, sound, 3 minutes 26 seconds, courtesy Fondazione Merz

 

Fatma Bucak. So as to find the strength to see, a cura di Maria Centonze e Lisa Parola

dal 6 Marzo al 20 Maggio 2018

presso Fondazione Merz, Via limone, 24 10141 Torino

http://www.fondazionemerz.org