In una sala buia si staglia un tavolo su cui poggia una tovaglia bianca. Dei bicchieri fanno da segnaposto ad invitati assenti. Una donna soltanto siede vicino ad un microfono, è l’artista Anna Mendelssohn, e apre un dibattito sul cambiamento climatico che sta sconvolgendo il nostro pianeta. Così inizia la performance “Cry Me a River” (2010) riproposta al centro culturale Sch wa nk hal le di Brema. L’immagine più ricorrente è quella dell’Artico, del bianco che avvolge l’intera superficie, la linea dell’orizzonte che non muta. Il suono più ricorrente è un sovrapporsi di voci tanto che, nonostante il monologo, gli interlocutori sembrano essere molti di più. Forse perché ognuno di noi è chiamato in causa. Condividiamo lo stesso pianeta e dovremmo provare lo stesso dolore nel notare l’impatto di questi cambiamenti. Eppure, abbiamo subito il fascino della modernità, ci siamo allontanati dal contatto con la natura fino a convincerci di poterne fare a meno, di riuscire a compensarla con qualcosa di artificiale. Siamo troppo presi dai problemi delle nostre vite tanto che non ci fermiamo ad ascoltare il grido lanciato continuamente dalla Terra. E a questo punto torna nella nostra mente l’immagine dell’Artico. Anna Mendelssohn, che in quell’istante riveste il ruolo di persona qualunque, si rende interprete di quel dolore che viene dal profondo e che prende forma di lacrime, mosse da un’empatia che in ognuno di noi è nascosta da qualche parte e ritrovarla è più urgente di qualsiasi trattato sul clima. Il cambiamento parte da noi, ognuno può contribuire. È forse questa un’utopia? Eppure le regole sembrano essere così semplici “ricordati di spegnere la luce prima di uscire, indossa due maglioni invece di uno se hai freddo, chiudi il rubinetto mentre lavi i denti, utilizza un foglio di carta su entrambi i lati, non stirare i tuoi vestiti, ecc.” Scommetto che ciascuno di noi ha sentito parlare di piccole attenzioni come queste, pur senza pensare a quanto potrebbero essere rivoluzionarie se moltiplicate per le tante persone quante abitualmente svolgono tali attività. Le voci ora cominciano a farsi più agitate, i toni sono più esasperati e la luce che all’inizio era tanto abbagliante si affievolisce fino a spegnersi del tutto. “Cry Me a River” scardina il pianto dalla debolezza, lo rende esperienza consigliabile per innescare una connessione fra noi stessi e ciò che ci circonda. Pianto che poi non riesce a fermarsi, come la calotta polare che si scioglie di giorno in giorno.  “Cry Me a River” ci ricorda come i tedi delle nostre vite siano minuscoli paragonati all’universo e come essi abbiano finito per farci spostare il focus dalla collettività. “Cry Me a River” ci esorta a non perdere altro tempo, perché oggi è già domani.

 

Vanessa Marchegiani

 

 

Anna Mendelssohn,Cry Me A River, Photocredit Tim Tom.

Anna Mendelssohn, Cry Me A River, credits Tim Tom

 

Anna Mendelssohn,Cry Me A River, Photocredit Tim Tom.

Anna Mendelssohn, Cry Me A River, credits Tim Tom

 

Anna Mendelssohn, Cry Me a River, performance

01-02.11 2018

presso il centro culturale Schwankhalle, Buntentorsteinweg 112/116, Brema

www.schwankhalle.de