Si finisce a volte nel ridurre una città al suo souvenir. Sì, quando, in pausa fra un monumento e l’altro, si decide di entrare nei negozi di souvenir per soddisfare l’interrogativo ricorrente nella mente del turista-viaggiatore: cosa gli/le porto? Si opta spesso per un oggettino che racchiuda il simbolo della città, ma deciso da chi? Attribuito per quale consuetudine? Da Parigi una Tour Eiffel a forma di portachiavi, da Berlino una Porta di Brandeburgo in 3D, da Londra un Tower Bridge tascabile. In questo modo si dona veramente qualcosa oppure no? Capita a tutti di comprare un souvenir e i motivi sono certamente diversi. A me piace regalare un souvenir se al diretto interessato quell’oggetto è in grado di ricordare una complicità condivisa oppure se racchiude in sé un particolare di quegli istanti fuori dal tempo appena trascorsi. Eppure in questo caso si supera la soglia del donare e si entra nella sfera del comprare per ricordare. Scritta così fa pensare ad una visione del ricordo distorta dal consumismo. Ho veramente bisogno di comprare per non dimenticare? L’oggetto, anche se privo di qualità artistica, di valore economico, con la sua concretezza può dar forma ad un ricordo. Il tempo ci costringe ogni giorno a voltare pagina e a reinventarci, lasciando le esperienze vissute in un’oscurità necessaria. Eppure nel momento in cui si guarda l’oggetto scelto in quel luogo in cui si è stati per qualche tempo, un po’ come con le fotografie, si finisce per respirare quella stessa aria dei giorni ormai trascorsi. E, ogni volta che si guarderà quel reperto, si penserà sì alla città, sì alla bellezza che è passata sotto i nostri occhi, ma anche a come quel piccolo mostro decorativo sia finito nella stanza in cui ogni giorno ritorniamo. E non si pensa più alla serialità dell’oggetto in sé, ma lo si riveste di nuovi contenuti, di nuova vita.

E quando nasce il souvenir? Non è mica solo una cosa dei nostri tempi. Al loro arrivo in Italia, i viaggiatori del Grand Tour trovavano ciceroni e mediatori, pronti ad agevolarne la visita e ad appagare il desiderio di riportare in patria un’adeguata provvista di souvenir. Il luogo prediletto era Roma, dove, nel Settecento, la zona che gravitava attorno al Tridente e a Piazza di Spagna era denominata Quartiere degli inglesi. Qui si affollavano le botteghe degli artisti e degli artigiani. Per fronteggiare l’imponente richiesta di opere d’arte e di souvenir a Roma sorse un formidabile esercito di produttori: artisti e artigiani di ogni rango, seppero diversificare l’offerta per adattarle alle nuove esigenze e tipologie di prodotti. Tra i più illustri acquirenti vi fu re Gustavo III di Svezia arrivato a Roma nel settembre del 1783, che acquistò nella bottega di Volpato dodici statue antiche tra cui un Apollo circondato dalle nove Muse. Replicando a Stoccolma l’assetto della spettacolare Sala delle Muse del Museo Pio-Clementino, il re si poneva come mecenate e protettore delle arti. L’imperatrice Caterina II di Russia che, contrariamente al cugino Gustavo, non si recò mai a Roma, nondimeno contribuì allo sviluppo dell’industria romana del souvenir. Acquistò la strepitosa serie di ventisei tavole riproducenti le Logge vaticane di Raffaello, incise e acquarellate da un’équipe guidata da Volpato, che fece riprodurre integralmente nella reggia di San Pietroburgo. In questa lunga citazione si dispiegano un po’ i fili che si intrecciano a Roma nella mostra “Il classico si fa pop. Di scavi, copie e altri pasticci” a cura di Mirella Serlorenzi con Marcello Barbanera e Antonio Pinelli in due delle sedi del Museo Nazionale Romano: Palazzo Massimo e la Crypta Balbi. L’istallazione di Palazzo Massimo confonde volutamente il visitatore con la contrapposizione originale e copia, spesso percepiti in contrasto, ma fin dall’antichità utilizzati in parallelo. Dal Settecento in poi la cultura occidentale ha imposto il dogma dell’originalità e unicità dell’arte greca, mentre, come si legge nel catalogo della mostra pubblicato da Electa, le botteghe greche lavoravano in serie e nella Roma della tarda Repubblica e dell’Impero la riproduzione di capolavori del passato era pratica diffusa. Da questo pop, Pop Art come riformulazione perenne di un oggetto che finisce per diventare un prodotto in serie. Una serialità moderna che oggi troviamo in tutto ma che non è un’invenzione dei tempi moderni.

 

Vanessa Marchegiani

 

 

Il classico si fa pop Palazzo Massimo credits: Cristina Vatielli

Il classico si fa pop Palazzo Massimo photo credits: Cristina Vatielli

 

Il classico si fa pop Palazzo Massimo credits: Cristina Vatielli

Il classico si fa pop Palazzo Massimo photo credits: Cristina Vatielli

 

In cover: Il classico si fa pop Palazzo Massimo photo credits: Cristina Vatielli

“Il classico si fa pop. Di scavi, copie e altri pasticci”

dal 14 dicembre 2018 al 7 aprile 2019

presso due delle sedi del Museo Nazionale Romano: Crypta Balbi via delle Botteghe Oscure, 31 e Palazzo Massimo Largo di Villa Peretti 1, Roma

www.museonazionaleromano.beniculturali.it