Il luogo è Milano, il giorno è un pomeriggio qualsiasi in cui le strade sono non troppo affollate. Cammino rasente al muro per beneficiare dell’ombra in una rara giornata tiepida di questa insolita primavera. Le voci si confondono e lo sguardo si perde fra un semaforo e l’altro, non prestando troppa attenzione alla direzione da seguire. La mente ripercorre itinerari di vita passata, che si ripropongono nel momento in cui si compiono nuovamente gli stessi passi in una città che non è più la propria. Si riconoscono sì i luoghi, le architetture, i profumi, ma ci si sente di passaggio e si finisce quasi per preferire l’ombra alla luce per rimanere discreti, per curiosare senza esser visti. Seguendo la linea di questi e molti altri pensieri il cortile del MUDEC Museo delle Culture di Milano si apre di sorpresa sulla sinistra di via Tortona, pronto ad accogliere stati d’animo incerti, desiderosi di assumere nuova forma prima di andar via di nuovo.

La mostra temporanea Roy Lichtenstein. Multiple Visions, curata da Gianni Mercurio, si sviluppa in differenti sezioni volte a presentare l’artista con un approccio tematico. L’artista, originario di una New York City immersa negli anni ’20 del Novecento, alternò nel corso della sua vita differenti attività lavorative; fu docente universitario, industrial draftsman, furniture designer, window dresser and rendering mechanical dials for an electrical instrument company, professioni che gli consentirono di apportare elementi estrapolati da tali settori nelle sue tele. A dare risonanza alle opere d’arte realizzate da Lichtenstein sarà la nota Galleria Leo Castelli, dove, il 1 febbraio 1962, venne inaugurata la mostra personale di Roy e sulla scia di tale successo presto le sue opere vennero esposte in altri musei e gallerie americane, fino a raggiungere l’Europa, alcuni anni dopo, nella sede del Stedelijk Musem di Amsterdam.

Passeggiando fra le sale del MUDEC, le opere esposte rimandano agli aspetti principali e ricorrenti che compongono il pensiero e il modus operandi dell’artista. Centrale è l’uso di stereotyped situations, trasposte su carta seguendo lo spettro di colori proposto da Mondrian, i cui soggetti emergono dall’accostamento di linee e dalla sovrapposizione di dots, pallini, che in modo quasi meccanico creano un’optical color interaction, divenendo la firma dello stesso Lichtenstein. L’immaginario proposto da Roy presuppone una riflessione, inevitabilmente ironica, del quotidiano in cui era immerso, negli anni in cui “most of our communication, somehow or other is governed by advertising.”[1] Quasi come uno specchio, le sue opere riflettono un modo di agire, di pensare, di parlare standard, in cui i personaggi sono sì pieni di pathos ed energia, ma allo stesso modo esposti alle proprie miserie. I testi, ad esempio presenti nelle sue opere comic-book, generalizzano l’esperienza in chiave narrativa e spesso si interrompono, come ad esempio in Oh, Jeff…I Love You, Too…But…, 1964.

Roy Lichtenstein, Reverie, 1965, Serigrafia su carta bianca liscia 76.5 x 60.9 cm Collection Lex Harding © Estate of Roy Lichtenstein

 

L’evoluzione della rappresentazione delle figure femminili segue dunque la stessa linea di pensiero, intrecciandosi alla metamorfosi che avverrà partendo dalla società dei consumi, nella quale la donna riveste un ruolo se affiancata a prodotti per la casa, per cucinare o per la cura del proprio corpo, fino al progressivo avvicinamento alla sfera più intima delle emozioni, che esprimerà spesso con dramma senza mai lasciare alla satira la facoltà di andar via.

 

Vanessa Marchegiani

 

Roy Lichtenstein Still Life with Portrait 1974 Litografia e serigrafia con bassorilievo su carta Rives BFK 120 x 95.4 cm Collezione privata, Courtesy of Sonnabend Gallery, New York ©Estate of Roy Lichtenstein

Roy Lichtenstein Still Life with Portrait 1974 Litografia e serigrafia con bassorilievo su carta Rives BFK 120 x 95.4 cm Collezione privata, Courtesy of Sonnabend Gallery, New York
©Estate of Roy Lichtenstein

 

[1] J. COPLANS, Roy Lichtenstein, Ed. John Coplans, London: Allen Lane, 1974, p. 67.

Other sources: https://lichtensteinfoundation.org/biography/

In cover: Mudec – Museo delle culture, La hall del museo
©PHOTO OskarDaRiz for Stahlbau Pichler