Prima d’ora non avevo mai approfondito la storia dell’artista messicana Frida Kahlo non avendo avuto occasione di visitare una sua mostra. In questi giorni mi sono imbattuta casualmente nell’opera Autorretrato con pelo cortado (Self-Portrait with Cropped Hair), 1940 ed essendo il tema dell’identità ricorrente in questo periodo della mia vita ho sentito la necessità di documentarmi, di giungere alle radici di come il mito di Kahlo sia esploso oggi come già nella metà del Novecento. Mi sono affidata dunque ad un documentario, The Life and Times of Frida Kahlo (Documentary Film 2005) PBS America by Amy Stechler, che ripercorre la sua biografia. Questa si presenta come un unicum con le opere d’arte prodotte nel corso degli anni. Ciò che più mi ha affascinato della sua storia è stata la forza di resistere, la tenacia con la quale ha reagito alle intemperie che le si sono presentate nel corso della sua esistenza e poi la passione con la quale ha vissuto. Prima dell’incidente che la segnò per tutta la vita dimostrava già di essere una creatura speciale. Le malattie giungono a volte un giorno all’improvviso e decidono spesso di non partire mai più. L’infermità che accompagnò Frida per ogni istante della sua esistenza, dai sedici anni in su, non le impedì di viaggiare, di innamorarsi, di insegnare, di divenire una delle artiste più note a livello mondiale. Ciò che la malattia rappresentò per lei, le prove che la vita le mise di fronte, i dispiaceri nella sua vita sentimentale, il suo interminabile amore per Diego Rivera si riversano nelle tele che scandiscono con precisione il corso della sua esistenza. Dipingere divenne per Frida Kahlo il mezzo per esprimere la realtà che affrontava ogni giorno, creando un linguaggio universale, poiché autentico, nella brutalità della sofferenza. In queste situazioni l’autobiografico, il personale, diventa pubblico e di immediata comprensione. La pittura possiede la duplice aspirazione a visualizzare ciò che affligge il presente di colui che dipinge, consentendogli in qualche modo di liberarsi, e quella a sentirsi compreso, sentirsi meno solo nella battaglia della vita in colui che semplicemente osserva. In un frammento del documentario lo scrittore Carlos Fuentes ricorda “I was in the Palace of Fine Arts of Mexico and the opera that night was Parsifal by Wagner and the overture was being played and suddenly a noise invaded the theatre that silenced the orchestra. We all looked up to the balconies and saw the magnificent and regal entrance of Frida Kahlo with all this jewels on, the necklaces, the rings, the bracelets and the things in her head. (…) There was Wagner on the stage and there was Frida in the balcony and that night at least she was stronger than Wagner.” Attributi che la contraddistingueranno nel corso della sua vita, che daranno vita a quel corpo sofferente irradiandolo di suoni e colori. Attributi dei quali si priva, per allontanarsi ancora di più da Rivera in seguito al loro divorzio, nell’ Autorretrato con pelo cortado (Self-Portrait with Cropped Hair), 1940 in cui vestendo in abiti maschili troneggia al centro di una stanza il cui pavimento è cosparso da ciocche di capelli appena tagliati. Attributi che in seguito riprenderà, questa volta per non lasciarli mai più, che terranno in vita quel corpo vessato dal dolore il giorno della sua morte e per sempre nell’immaginario collettivo che conserviamo di Frida Kahlo.

 

Vanessa Marchegiani

 

Portrait of Mexican painter, Frida Kahlo.

Portrait of Mexican painter, Frida Kahlo, 1932, by Guillermo Kahlo, Wikipedia

 

In cover: Frida Kahlo (Mitte) mit Diego Rivera, Foto von Carl van Vechten (1932), Wikipedia