Si dice che a volte i luoghi siano degli strumenti per ricordare. Si avvertono delle vibrazioni, delle interferenze che destabilizzano e rendono più intensa la permanenza. Il prato è verde e rigoglioso ad osservarlo dalle finestre della Galerie im Park. Tappeto verde che lascia spazio agli edifici che compongono l’ospedale Klinikum Bremen-Ost. La Galerie im Park è un edificio che appartiene al complesso KulturAmbulanz, istituzione che promuove le forme d’arte che sviluppino tematiche riguardanti la salute e la malattia del corpo e della mente.

Madness, follia, Wahnsinn

Al riparo dalla costante pioggerellina che caratterizza Brema, una piccola mostra sul tema del significato della follia propone spunti su cui riflettere. L’allestimento di MADNESS. Bildnisse internationaler Künstler*innen über den Wahnsinn, concepito dal curatore Uwe Goldenstein, raccoglie alcuni lavori di sette artisti internazionali.

I lavori dell’artista italiano Christian Fogarolli aprono la via. Le sue opere ruotano intorno al concetto della “Stone of Madness”, la pietra della follia, simbolicamente la pietra di tutti i mali. Tema già presente nella storia dell’arte, come ad esempio ne L’estrazione della pietra della follia di Hieronymus Bosch, 1494 ca. “Stone of Madness” si propone di porre l’interrogativo riguardo alla percezione della malattia mentale nella società contemporanea. Nelle opere di Fogarolli particolari quarzi e minerali, esposti a variazioni luminose differenti, assumono un colore diverso. Trasformazione che diviene metafora della malattia che diviene visibile, in ambito psicanalitico, attraverso la parola.

Alla ricerca di una rappresentazione

Nella stessa sala, le fotografie bicromatiche dell’artista Karina Wisniewska. Scorci di paesaggi che perdono la stabilità del reale assumendo forme fluide e non più riconoscibili. Si passeggia fra i luoghi della mente, si attraversano epoche perdendo il senso dell’orientamento.

Un paesaggio in dissolvenza - opera esposta nella mostra Madness presso la Galerie im Park di Brema

(c) Karina Wisniewska, Shadows no. 1, 2019

Un quartetto di giovani emerge dal fondo scuro di una tela. Si somigliano, forse sono gemelli. Insieme accolgono il visitatore nella sala successiva. L’opera dell’artista tedesca Simone Haack indaga il concetto dell’individualità e della concezione del sé. Il suo tema ricorrente è la rappresentazione del doppio, del clone in alcuni “Fiktionale Porträts” che non raffigurano nulla di reale, bensì un concetto. Su tale linea di pensiero si colloca anche l’artista inglese Richard Wathen, la cui fissità dello sguardo dipinto nell’opera “Morbid Jealousy” non abbandona il visitatore.

Figura di donna ritratta dall'artista Richard Wathen. Opera esposta nella mostra Madness presso la Galerie im Park di Brema. Il suo sguardo è espressione di gelosia morbosa.

(c) Richard Wathen, Morbid Jealousy, 2014

Il fotografo danese Per Morten Abrahamsen chiude il cerchio di questo breve excursus sul tema della follia. La serie “Plastic” ritrae dei noti attori danesi. I loro volti si trovano all’interno di buste di plastica riempite per metà con dell’acqua. L’artista documenta le reazioni, spaventose nella loro calma. Il corpo appare separato dalla testa. La comunicazione sembra essersi interrotta. “Verrückt!“, “folle”, afferma una visitatrice della mostra.

Sulle note di Faber

Uscendo dalla Galerie im Park ci si sente più folli di prima. Non piove più, ma il cielo è già grigio. Ci si chiede cosa sia in fondo la follia canticchiando una canzone di Fabrizio De André, percorrendo la via di casa.

Tu prova ad avere un mondo nel cuore

e non riesci ad esprimerlo con le parole

e la luce del giorno si divide la piazza

tra un villaggio che ride e te, lo scemo, che passa,

e neppure la notte ti lascia da solo:

gli altri sognan se stessi e tu sogni di loro

dall’album “Non al denaro non all’amore né al cielo”, (1971), Un Matto (dietro ogni scemo c’è un villaggio), Fabrizio De André

 

Vanessa Marchegiani

In cover: (c) Christian Fogarolli, In Pink, 2018

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