Oggi sono andata al MoMA. Collocazione reale: 11 West 53 Street, Manhattan, NY. Posizione attuale: Brema, scrivania della mia camera. Mentre il mondo è scosso dal virus che ha allungato le distanze e ha portato tutti noi a reinventare le nostre giornate, decido di aprire il mio fedele laptop azzurro e di digitare nel motore di ricerca: www.moma.org . “We have temporarily closed. Stay connected and enjoy the #MuseumFromHome”. Seguo il consiglio alla lettera e decido di cimentarmi nella scoperta della fotografa americana Dorothea Lange. Attraverso i tour virtuali, i dialoghi fra la curatrice della mostra Sarah Meister e la scrittrice-fotografa Sally Mann ed i commenti alle opere comincio a passeggiare fra i corridoi del museo seguendo l’itinerario consigliato dalla mia immaginazione.

Se chiudo gli occhi sono lì. Ho scritto nel giugno di qualche anno fa: “Lo spazio suggerisce l’idea di museo come luogo vissuto. Sarebbe limitativo passeggiare da un corridoio all’altro, soffermarsi su un’opera piuttosto che su un’altra se non si facesse esperienza del luogo stesso. Quindi perché non affacciarsi da quelle enormi finestre? Quindi perché non rilassarsi in quei corridoi luminosi e di passaggio, in cui sistemare per un istante tracce della propria vita?”. Il limite di queste escursioni virtuali è proprio in questa impossibilità di esperire con il proprio corpo l’ambiente, ma con un po’ di immaginazione si può arrivare in ogni luogo.

Dorothea Lange: Words & Pictures

Leggendo e ascoltando testimonianze di scrittrici, curatrici e fotografe sul body of work di Dorothea Lange relativo al periodo del “Dust Bowl” e della Grande Depressione inizio a confrontarmi con le tematiche cardine dei suoi reportage fotografici. Il suo compito, assegnatogli dalle agenzie governative, verteva nel produrre una testimonianza dell’impatto economico ed ambientale provocato dalla crisi. I suoi scatti documentano in modo realista la condizione umana, di come la crisi si riflesse sui volti, nelle azioni e nella vita delle persone.

Prestando attenzione ai titoli degli scatti in bianco e nero ho notato come Dorothea Lange abbia viaggiato in molti stati americani, la cui diversità risulta essere un tema da me poco approfondito. Mi sono accorta di come, pur avendo studiato l’impatto economico della Grande Depressione, non ne avessi ancora una testimonianza visiva. Nel campo del sapere economico ci si sofferma sul fattore popolazione inteso come numero e non sul fattore popolazione inteso come insieme di persone con aspirazioni, sentimenti ed opportunità per le quali lottare.

Un’altra scoperta è stata quella di notare come la scrittura abbia accompagnato e supportato la ricezione delle fotografie. Dorothea Lange, ho appreso, prestava ascolto a ciò che le persone dicevano appuntandone espressioni ed affermazioni. Il suo “Note to self” è un esempio di “diario di viaggio” nel quale durante il suo girovagare fra le distese del suolo americano a cavallo degli anni Trenta appuntava brevi note a se stessa. Fra questi ho trovato di grande impatto: “Note to self, really do the work. Follow the whole travel. Destination unknown”.

Se chiudo gli occhi sono al MoMA e il brulichio di voci della New York che ricordo mi tengono compagnia. Con il naso all’insù cerco la fine dei grattacieli nei quali si riflettono le nuvole in corsa. Se apro gli occhi sono nella mia camera. La scrivania è presa d’assalto da libri, dizionari, fotografie, matite colorate, “Note to self” e da un pacchetto di taralli appena aperti. La curiosità non si arresta anche se le frontiere sono chiuse, occorre soltanto trovare delle vie alternative per appagarla.

 

Vanessa Marchegiani

 

 

In cover: NYC, 2017, (c) Vanessa Marchegiani

 

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