Uccidere l’immagine andando via. La mia persona inizia dove finisce l’immagine, dove l’obiettivo smette di riprendermi. Questo significa essere contro le immagini e Benedetta Barzini in “La scomparsa di mia madre” ci fa capire perché queste non la rappresentino. Come i ricordi, non servono ad andare avanti. E cosa ne sarebbe poi dell’Iliade e dell’Odissea, chiede suo figlio Beniamino Barrese, regista del documentario.

Anche io sono contro i ricordi, ma loro non vanno da nessuna parte. Tornano alla luce a causa di improvvise associazioni di idee, sogni, immagini. Torno sui banchi dell’università. Via Santa Sofia, Milano. Aula 101, lezione di Estetica. Troppi studenti per la capacità dello spazio. Affollamenti di pensiero che, ricordandoli oggi, attraverso lo sguardo filtrato dalle lenti della pandemia, sembrano essere contro la norma e per questo rasenti ad un maggior livello di libertà. Il tema del corso è l’immagine. Cosa vuol dire essere iconoclasti, iconofili e che cosa siano le icone. Si citano filosofi che filosofarono sul significato di immagine. Mi perdo nei volti degli studenti intorno a me. Prendo appunti confusi. Lascio l’aula e quel tempo diviene presto soltanto un ricordo.

Passeggio fra le sale del MAXXI di Roma. Mi fermo di fronte all’istallazione video di un’opera in cui una persona racconta della sua disabilità fisica e di come la sua immagine non sia in realtà la sua rappresentazione. Appendo questa frase, bianco su nero, su una delle 3 pareti della mia camera. E’ un manifesto. Un manifesto in memoria di come il corpo non sia una rappresentazione della persona che siamo.

Scomparire

Fila 8 posto 18. Sala cinematografica semi-deserta ai tempi del covid-19. Pellicola “La scomparsa di mia madre”. Benedetta Barzini contro il limite dell’immagine di modella e docente. L’ennesimo tentativo di trasformare la sua persona in una forma fissa. Il suo viso solcato dalle linee del corso della vita, i suoi capelli semplicemente raccolti, sono belli i miei capelli?!, i suoi occhi che non si lasciano leggere.

Il giardino di una casa in cui vissi per qualche tempo. La luce riflette sui miei capelli. “Ok, now turn to the left, a little bit more. Then walk towards me, but don’t look at the camera”. Nonostante venga ripresa so che la mia persona non è lì. L’immagine è presente. La stessa che ritrovo nel video realizzato al termine nel quale non mi riconosco, perché non sono io. E se sempre gli altri ricorderanno l’immagine non mi resta che andare via. Scomparire nell’oscurità, questo più di una fuga desiderava Benedetta Barzini. Semplicemente ponendo un tappo sull’obiettivo che rappresenta il modo in cui noi dovremmo essere viste, piuttosto che il personale modo di osservarci ogni giorno.

 

Vanessa Marchegiani

In cover: Cefalù, 2020, (c) Naomi Kikuchi

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