Ho incontrato personalmente David Grossman una sera d’autunno in una città che si dispiegava sotto ai miei occhi. Infinite possibilità ed itinerari mi avevano guidato al Teatro dal Verme in occasione dell’inaugurazione della terza edizione di BookCity Milano.
Ho conosciuto David Grossman attraverso i suoi romanzi, o meglio, ho imparato a conoscere meglio me stessa attraverso la sua penna. Il mio romanzo di formazione è stato “Qualcuno con cui correre”, regalatomi da mia madre agli albori di un’adolescenza ovattata nella quale mi sono svegliata improvvisamente. Ad oggi rimane l’unico libro in cui, fin dai primi paragrafi, riesco a riconoscermi. Il ricordo che ho di quell’incontro passato in cui io, emozionata ed incredula, mi avvicino a lui, gentile e cordiale, con in mano la copia del suo nuovo libro “Applausi a scena vuota”, in attesa di un autografo, è impresso nella mia mente. E`stato il benvenuto in una città sconosciuta ed  ancora oggi rimane per me pieno di significato.

Passeggio per le vie di Brema e noto alla vetrina di una libreria un articolo di giornale con in primo piano la foto ritratto di David Grossman. L’articolo cita un suo nuovo libro. Alcune settimane dopo la sua traduzione italiana “La vita gioca con me” è sul comodino della mia camera ed attende paziente di essere aperto. Come ben noto, le aspettative riguardanti gli autori preferiti sono sempre troppo elevate. Evitare il paragone con altri romanzi letti precedentemente e riservare al nuovo arrivato un imparziale giudizio appare arduo. Nonostante le avversità, un nuovo romanzo è sempre una grande occasione per i fedeli lettori di continuare un dialogo con l’autore che si era interrotto nelle pagine dell’ultimo racconto. Ed è questo ciò che è successo. La costruzione della storia, la scelta dei personaggi, del periodo storico, la coscienza di dover vivere per tutta la vita con il presagio di qualcosa che avvenne, senza essere stato tuttavia raccontato. Non c’è stato nessun personaggio a cui mi sono aggrappata. Ai luoghi sì. Al mare, all’isola, al fragore delle onde, alle buie stradine dei villaggi, al peso del cammino, allo spingere i massi pensando di dover raggiungere una farmacia. Alla commozione di fronte alla pianticella invisibile agli occhi, alla disperazione per volerla a tutti i costi proteggere. Da tutto ciò non potevo non essere risucchiata e portata via con forza brutale dal mio presente.

L’originalità l’ho percepita nel modo in cui David Grossman ci permette di entrare nelle voci dei personaggi. La decisione di dare a Vera una voce, un modo di esprimersi in ebraico approssimato appreso sul luogo in tarda età, dopo una vita passata a parlare il croato, conferisce dignità ad una persona le cui radici dopo essere germogliate si sono estese in altre terre. All’inizio non ho compreso la forza di questa piccola grande rivoluzione. Eppure guardandomi dentro ho percepito lo sforzo e la necessità di esprimersi utilizzando altre parole rispetto a quelle conosciute fin dall’infanzia, che consentono di parlare di sé nel modo più vicino al pensiero che si ha di se stessi. E di come questo sforzo conferisca maggior potere e dignità alla persona, i cui errori a volte vengono presi con ironia, mentre altre volte non vengono evidenziati perché divenuti propri del modo di esprimersi di quell’essere umano.

Non ho potuto fare a meno di sentirmi nella grotta con Shay, Tamar ed Assaf leggendo, questa volta, della serata trascorsa da Vera, Nina, Raif e Ghili nel rudere sopravvissuto ad un passato ancora così ingombrante. E di notare come in quel buio, di nuovo, una scintilla si sia liberata nell’aria donando alcuni istanti di quiete a quelle vite in travaglio.

 

Vanessa Marchegiani

 

Bibl.:

David Grossman, La vita gioca con me, 2020, Mondadori

David Grossman, Qualcuno con cui correre, 2008, Mondadori

 

In cover: Duomo di Milano, (c) Vanessa Marchegiani